Sono un popolo senza tempo. L’icona più classica dell’Africa nera. Nell’immaginario occidentale sono definiti “guerrieri della Savana”. Complici le loro lunghe toghe a quadri rosse, in swahili “shuka”, e quelle lance riposte sulla schiena sempre pronte all’uso. Reggere il loro sguardo? Pressochè impossibile. È così penetrante e fiero che pare attraversarti l’anima. Sono i Masai, una comunità autoctona stanziata tra il Kenya e la Tanzania che cerca di vivere ancora come secoli fa: a stretto contatto con l’habitat naturale. A loro non interessa del tempo che scorre, prestano attenzione solo e soltanto ai ritmi naturali del sole. Sono indigeni e, come cita Karen Blixen ne “La Mia Africa”, “audaci e selvaggiamente fantastici come sembrano, essi sono ancora risolutamente autentici e fedeli alla loro natura e ad un ideale immanente”. Quel legame con i riti ancestrali non è però sufficiente a combattere contro la perdita (o peggio ancora il furto) delle loro terre, che gli vengono costantemente sottratte per far spazio ad aziende agricole, allevamenti o parchi nazionali. Vivono così, snaturati del proprio stile di vita, della propria storia, delle proprie radici, confinati nelle zone più aride e sterili dell’Africa. Ma vederli non è (per ora) un miraggio. Bisogna però muoversi oltre confine e raggiungere il Masai Mara, Kenya.

Cosa significa “casa” per i Masai

Come vivono i Masai? Casa per loro sono le capanne, che loro chiamano “enkang”, fatte di sterco mescolato a fango e paglia, recintate da cespugli spinosi per proteggersi dagli animali selvatici. Solitamente la prima all’ingresso è quella del capofamiglia, poi seguono quella della prima moglie e dei bambini. Tradizione vuole che gli uomini Masai restino fuori fino al crepuscolo, per poi rientrare “a casa” per cena tassativamente preparata dalla donna, cui spetta il compito di dedicarsi alle mansioni casalinghe. Nei loro villaggi non c’è energia elettrica né acqua e un pozzo per rifornirsi può stare lontano anche più di 5 chilometri. “Per fare il fuoco usiamo legna speciale, come quella proveniente dall’albero del deserto”. Tra le usanze millenarie, la più impensabile è che bevono sangue di mucca mischiato al latte fresco perché sono convinti che gli permetta di sopperire alla carenza proteica della loro scarsa alimentazione. Vivendo a stretto contatto con il creato, i Masai hanno sviluppato riti e credenze che vedono come protagonisti gli animali e le piante della savana. Tradizionalmente sono infatti pastori e il bestiame rappresenta la loro ricchezza più grande, ma è anche indice di prestigio e potenza, nonché principale merce di scambio con i popoli dei villaggi vicini.

Una cultura ricca di simbologie

La cultura Masai è ricca di simbologie. Esemplare è il mantello color rosso sangue con cui sono soliti vestirsi: è sinonimo di pericolo e consente di tenere lontani gli animali più feroci. “Lo usiamo sempre, dentro e fuori dal villaggio: il colore rosso li spaventa, quindi se un leone ci vede da lontano non attacca”. A saltare all’occhio è poi il lobo perforato di alcuni di loro, ornato con orecchini fatti di perline o pezzi di avorio, specie nelle donne. Si tratta della modificazione corporea più evidente, anche se come pratica è sempre più rara. Parte integrante della loro quotidianità è la danza. Danzano a ritmo di musica swahili per dare il benvenuto ai viaggiatori che decidono di far visita ai loro villaggi. Danzano in segno di apprezzamento della propria cultura. Danzano per venerare la natura. Ma danzano anche come semplice passatempo. E poi saltano. “Saltare è un’attività, una competizione: più in alto salti, più ragazze riesci a conquistare” mi aveva raccontato Ben, non sicuramente il suo nome originale. Un Masai che tutt’ora, a distanza di un anno da quel viaggio in Africa, continua a tornarmi in mente con immagini nitide e suggestive.

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