È uno sport di disciplina, forza e resistenza. Capace di curare il corpo come la mente. È individuale, a carattere collettivo. Ma soprattutto: insegna a cadere, per davvero. Perché metaforicamente dire “casco 7 volte mi rialzo 8” nel judo diventa pratica. Eppure, nonostante la sua completezza, questo sport da combattimento è considerato “minore”. Non ha infatti lo stesso eco e la stessa fama del nuoto, del calcio, del tennis o ancora del rugby. Lo sa bene Francesco Bruyere, capo allenatore della nazionale femminile di judo. Ho avuto l’opportunità di incontrarlo e conoscerlo.  Grazie a lui ho scoperto che questo sport ha tanto da insegnare, più di altri. Oggi so che la nazionale femminile negli ultimi quattro anni è stata la più vincente di sempre. Che alle Olimpiadi di Parigi si è portata a casa un oro olimpico. E che allenare le donne è tanto difficile quanto affascinante. Sono così tornata a casa con nuove metafore e chiavi di lettura.

La storia del judo

Il judo è nato in Giappone nel 1800 dall’intuizione di Jigorō Kanō, judoka ed educatore giapponese. “Questo visionario ha preso alcune tecniche, quelle non nocive all’avversario, del Jujutsu e creato una disciplina nuova, incentrata più sull’educazione delle persone e sul fornire un metodo di difesa”. Negli anni si è trasformato in uno sport da combattimento a livello sportivo, per questo oggi è regolamentato e controllato, specie durante le gare sul tatami. “Si tratta di uno sport poco pericoloso perché non ci sono colpi diretti come calci e pugni, ma solamente proiezioni, quindi prese di mano, un po’ come avviene nella lotta greco-romana”. In sintesi, l’obiettivo è buttare per terra l’avversario e in base a come questo cade viene attribuito un punteggio.

Imparare a cadere e a perdere

Imparare a cadere: è questa la prima cosa che viene insegnata ai bambini quando si approcciano al judo. Il fine è di utilizzare più superficie corporea possibile per attutire il colpo e salvare le parti più fragili, quindi la testa, le mani, le dita, i polsi etc.  “Questo concetto può essere traslato in tutti gli altri sport: corro, casco in maniera opportuna. Vado sullo snowboard, casco in maniera opportuna. Vado sullo skateboard, casco in maniera opportuna e via dicendo per tutte le altre discipline sportive”. Ma il judo insegna anche la resilienza e un’importante filosofia di vita: quella del saper perdere. Perché si cade e si perde molte più volte di quelle che si vincono. “Il bambino quando cade si sente sconfitto, ma deve alzarsi, salutare l’avversario, dargli la mano, rispettare il fatto che abbia perso oppure risfidarlo per provare a vincere. Magari cadrà altre 18 volte e la 19esima riuscirà a non cadere più e questo è uno spettacolare esempio di resilienza”.

I 3 principi filosofici del judo

Francesco mi racconta che alla base del judo ci sono 3 principi filosofici, appesi in tutte le palestre del Giappone. Il primo è quello della mutua prosperità, quindi del lavoro condiviso per arrivare a un obiettivo. “È uno sport individuale, sì, ma se io non ho qualcuno che cade apposta per me, non riesco ad imparare la tecnica. Quindi la persona deve rendersi disponibile in quel momento a cadere per me e io successivamente farò lo stesso”. Il secondo principio è quello del miglior impiego dell’energia. Ciò significa saper sfruttare la propria forza senza sprecarla in un determinato momento. L’ultimo principio, scritto a caratteri cubitali al Kodokan, la scuola del judo mondiale in Giappone, è Onore Atsu Kushite Naru Uematsu, che significa “prima fai del tuo meglio e poi aspetta la sorte”. Francesco mi spiega che nel judo “non possiamo disperarci per qualcosa che non abbiamo raggiunto se prima non abbiamo dato il meglio di noi stessi. Perché il treno è passato e probabilmente quello non era il momento giusto, ma bisogna continuare a dare il massimo perché prima o poi quel treno ripasserà e se tu ti farai trovare pronto, dando tutto te stesso, sicuramente riuscirai a sfruttare l’occasione e l’opportunità”.

Allenare le donne

Le donne sono combattive, spesso più degli uomini, perché hanno tanta “cattiveria” agonistica. Per questo Francesco mi spiega che chi crede che questo sport da combattimento sia prettamente maschile sbaglia. “Allenare le donne è complicato perché pensano in maniera differente, ma è affascinante: ho imparato a comprenderle meglio, ad entrare in empatia con loro e tirare fuori il meglio da ognuna”. Oggi Francesco, dopo anni di attenta osservazione, sa che prima di una gara un’atleta vuole una pacca sulla spalla, un’altra vuole che alzi il tono di voce, un’altra cerca una sua parola di conforto e un’altra ancora vuole essere lasciata tranquilla nei suoi pensieri. “Penso che la bravura di un allenatore sia quella di comprendere chi ha davanti, di fronte e di fianco, perché non siamo tutti uguali. Io ho sette campionesse che gareggiano in sette categorie differenti, ognuna di loro è forte a modo suo ed è diversa a modo suo”. Servono le parole giuste al momento giusto. Come servono i classici riti scaramantici, comuni a molti sportivi. “Questi gesti, come l’ascoltare una canzone, o allacciare le scarpe in un determinato modo, sono delle attivazioni che servono alle atlete per farle entrare in quella trance agonistica prima di combattere, quindi la bravura è riuscire ad attivarle e a metterle nelle migliori condizioni possibili”. Consapevoli, però, che sul tatami saranno sole.

 

 

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